Davanti alla Sacra Sindone (parte seconda)
Articolo di Lilly pubblicato il 21/4/2010 (173 Letture)
Al nocciolo della nostra fede
“Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì, fu sepolto. E il terzo giorno resuscitò da morte.” L'immagine della Sindone, evidentemente, rimanda al nocciolo stesso della nostra fede. Al nucleo centrale di quello che tutti recitiamo, costantemente, nel “Credo".
Il fatto è che siamo talmente abituati a farlo, che lo ripetiamo ormai meccanicamente.
Distrattamente. Magari soffocando uno sbadiglio per la lunghezza della preghiera stessa. "Patì sotto Ponzio Pilato”è per noi una affermazione ormai scontata, ripetuta mille volte. Ci lascia, sostanzialmente,indifferenti, Il lenzuolo di Torino, con i suoi particolari dettagliati e impressionanti, ci obbliga invece a spalancare bene gli occhi su cosa c'è, esattamente, dietro a quel piccolo verbo e sbrigativo verbo. “Patì ".Ci riporta infatti, con una forza d'urto tremenda, a sofferenze fisiche quasi inconcepibili, per noi paciosi e comodi borghesotti occidentali del duemila. Sono quelle che il nostro Dio-Uomo ha vissuto su di sé. L'immagine sindonica ci racconta tutto con spaventosa efficacia. Le botte, le ferite, le torture, le frustate. Il supplizio feroce a cui il nostro Dio è stato sottoposto. Davanti ai segni di tanta violenza, noi storciamo il naso. Tutto quel sangue stona nel nostro quieto ragionare di religione. Ci riempiamo la bocca di parole teologicamente alte, ma tutto sommato asettiche, come “sacrificio”e “offerta di sé".
Ne dibattiamo pensosi e profondi.. Ci chiudiamo,maggiormente a nostro agio, in una calma meditazione interiore e nella contemplazione intellettuale. Invece, la Sindone arriva a sbatterci in faccia, senza riguardi, la realtà di una atroce sofferenza, impressa letteralmente nelle carni maciullate di un uomo fatto a pezzi. Siamo di animo tanto delicato? Siamo facilmente impressionabili? Ci conviene andarcene, allora.
La storiaccia che racconta la Sindone, non fa per noi Eppure faremmo bene a restare.
Per una volta, a non scappare via. A non rifugiarci nello spiritualismo a buon mercato.
Nella cultura narcisa. Nella religiosità rassicurante. A dominare il fastidio e il disagio.
E a sopportare il pensiero di quel massacro. Ci servirebbe a capire. In effetti, noi dovremmo fare bene attenzione. Noi che riduciamo il nostro essere cristiani alle messe domenicali e a qualche sporadico sacramento. Noi che chiamiamo “fede”l'emozione episodica che ci assale nelle silenziose navate delle cattedrali o nell’ ascoltare musiche sacre. Noi che mandiamo avanti un rapporto con Dio faticoso e altalenante.
Una fede piccola piccola, vissuta qua e là, nei recinti delle parrocchie e dei santuari.
Nutrita solo delle nostre preghierine e delle nostre devozioni. Noi, che siamo tutto questo, dovremmo fare bene attenzione a non contarci storie. Dov’è, infatti Dio, in tutto questo? Che posto ha? Di Lui, che ne abbiamo fatto? Il nostro Dio è il Dio dei vangeli.
Noi, invece, lo abbiamo trasformato in un Dio “nostro", che ci siamo costruiti secondo le nostre esigenze e le nostre proiezioni. Per farcene un’idea, non abbiamo bisogno di particolari esperienze. Né di mistiche atmosfere; o di chissà quali pratiche devote…
Basterebbe leggere, e lasciarsi tormentare, dal Vangelo. O basterebbe fissare lo sguardo sul telo di Torino, sull’immagine di quell'uomo massacrato di colpi e inchiodato a forza sopra un legno. Mai come davanti alla Sindone possiamo comprendere, in modo sbalorditivo, come e fino a che punto il Dio di Gesù Cristo si sia messo in gioco per salvarci, Mai come davanti ad essa possiamo renderci conto di come il nostro non sia un Dio lontano, astratto, meramente spirituale. Cosa c'è di più concreto e terra-terra di un corpo umano torturato e assassinato? La storiaccia che racconta la Sindone ci aiuta a capirlo. Ci aiuta a capire che, dietro quel “ patì sotto Ponzio Pilato ", c'è una realtà cruenta e orribile. Che quel versetto del Credo, più che a una chiesa, rimanda a un lager, a un mattatoio, a un patibolo. Che qui si svela in pieno la novità sconvolgente del nostro Dio. Egli, per noi(è sempre nel nostro Credo che lo recitiamo), é Padre Onnipotente. E’ Creatore del cielo e della terra,e di tutte le cose visibili ed invisibili. E’ Gesù Cristo, figlio unigenito, nato prima di tutti secoli: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero. Per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si è fatto uomo... Bene. Come finisce questo stesso Dio ? Catturato. Imprigionato. Processato e condannato. Torturato a sangue. Massacrato, trafitto, inchiodato. La Sindone evoca questo drammatico percorso. Un precipizio vertiginoso dalle vette splendide della divinità al baratro più nero del male, della sofferenza, della abiezione. Fino alla morte. La venuta di Dio sulla terra, iniziata nella miseria e nella emarginazione del Natale, con quella nascita tra gli ultimi e i senza fissa dimora, si conclude scandalosamente nella cronaca nera. Tra le urla e i pianti. Fra le bestemmie, gli insulti e le grida dei carnefici. Sotto le frustate, i colpi, gli sputi, le bastonate. In mezzo agli attrezzi di tortura, verso un patibolo infamante e letteralmente grondante sangue. Esagero? Insisto troppo? Non credo proprio.
Molti si indignano quando ci si sofferma sui particolari della passione. Parlano di attenzione eccessiva verso i dettagli macabri, gli eccessi cruenti, le scene truculente. A tutti costoro, dico : vengano a dare una sbirciatina alla Sindone. E si vergognino. Credono forse che la crocifissione fosse una blanda pratica di rieducazione corporale? Credono davvero che i nostri crocifissi appesi ai muri, con lo sguardo rassegnato e pio rivolto al cielo, un pudico panno ai fianchi, qualche lieve rigatura di sangue su un volto integro, uno squarcetto vermiglio sul costato, siano realistici? Essi sono la idealizzazione simbolica e depotenziata, edulcorata, del concetto di crocifissione. Si guardino la Sindone, ed avranno la realtà della prosa. Guardino quel volto tumefatto e sfigurato. Quel naso spaccato. Quel sangue che cola. Diano una occhiata, seppure fuggevole, alla miriade di ferite, di colpi, di abrasioni. Osservino bene le mani, in cui non si vede il pollice, perché il nervo flessore è stato tranciato da un chiodo piantato a forza in un uomo vivo. Guardino tutto questo.
E poi, se osano ancora, parlino pure di eccessi, di fanatismi, di forzature. Non c'è niente da colorire, qui, niente da drammatizzare. Anzi:per quanto possiamo immaginare, restiamo per nostra fortuna assai lontani da quella che deve essere stata la scena reale.
Di essa ci parla la Sindone. Cosa ci dice, con tutti quei segni impressi sulla sua superficie? Potremmo dire, a prima vista, che ci racconta, ovviamente, la ferocia e la crudeltà degli aguzzini. E, da costoro, e da tanta barbara violenza, noi ci scostiamo inorriditi, Eppure, se ci pensiamo bene, non possiamo stare tranquilli neanche sotto questo aspetto... Sarebbe molto facile scaricare la responsabilità di tanto bestiale accanimento sulla malvagità e magari, come è stato scritto, sul sadismo di un oscuro manipolo di soldataglia romana di duemila anni fa. Facile e tranquillizzante. Bestie, loro. Civili noi. Scellerati, loro. Assennati, noi. Crudeli, loro. Pietosi, noi. Purtroppo non è così. L'immagine della Sindone racconta la tragica storia di un individuo, che è una goccia in un oceano di suppliziati e crocifissi da Roma in tutto l'impero. Ma non solo. Tutti costoro, e si stima siano stati migliaia, non sono che minoranza nella sterminata massa dei morti negli eccidi, nei genocidi,nelle stragi, nelle distruzioni di massa.
Una carneficina che dalla più lontana antichità continua fino ad oggi con impressionante e ininterrotta continuità. Attraverso i secoli, per tutta la storia, in tutte le epoche e i contesti si ripropone una tragica costante. Ogni qualvolta l'uomo, da solo o in gruppo, è messo in grado di avere pieno ed illimitato potere su un altro uomo, si scatena la bestialità e la violenza omicida che cova dentro di noi. Di noi tutti. Compresi noi, che ci sentiamo civili, illuminati e aperti. Anche noi, infatti, nascondiamo, al pari di tutti, la nostra dose di aggressività e di pura cattiveria. Non illudiamoci che la civiltà, la cultura, l'istruzione ci mettano al riparo dalla belva che è in noi. Forse non prenderemmo a frustate un uomo a freddo. Ma cosa potremmo fare in certe situazioni estreme, di completo abbrutimento, a maggior ragione se inquadrati in un sistema, in una gerarchia, in un contesto dove la violenza è norma? E d'altra parte, già ora, e in qualsiasi momento, non siamo in grado di cattiverie e violenze verbali, devastanti, improvvise, indomabili?
Il supplizio patito dall'uomo della Sindone, nel fiume senza fine di quelli passati, presenti e futuri sta ad ammonirci. Non c'è evoluzione, progresso, conoscenza che tengano. Il mito dell'uomo buono, razionalmente giusto, che si redime da sé con la propria coscienza e la propria conoscenza è e resterà una bufala colossale. La Sindone, così, non solo ci rimanda ad una storia. Ma ci impone di scrutarci dentro, di esaminarci e di prendere atto della nostra realtà profonda. Fatto questo,ci obbliga a vergognarci delle nostre ipocrisie e delle nostre paure nascoste. Di tutte le volte che cerchiamo di ricacciare il nostro Dio nei cieli, dimenticando cosa Gli è costato discenderne. Di lasciarlo chiuso nei tabernacoli e nel buio delle chiese, Lui che è venuto a farsi processare in piazza e ad ammazzare su una forca pubblica. Di tutte le volte che siamo tentati di tornare a un concetto di Dio che è puro spirito, o puro intelletto. Guardiamo quel mare di sofferenza che la Sindone ci racconta. E vergogniamoci, noi tutti che non sopportiamo la sofferenza stessa. Che voltiamo la testa davanti ad essa. Che la fuggiamo inorriditi quando la incontriamo sulle nostre strade. Che non esitiamo a fare il vuoto davanti a coloro che soffrono perché “non ce la facciamo ", perché “non riusciamo a vederli star male così..." Guardiamo quel corpo sfisionomato. E vergogniamoci per l'indifferenza cinica che proviamo davanti a tantissime altre immagini dolenti. Quelle di intere popolazioni che sono distrutte nel fisico dalla fame, dalle malattie, dalle guerre e dalle persecuzioni. Guardiamo quel corpo piagato e rovinato.
E vergogniamoci della ossessione fanatica e paganeggiante con cui ci dedichiamo all'aspetto del nostro corpo idolatrato Dei tentativi ridicoli e grotteschi di mantenerlo inalterato, giovane per sempre, bello e patinato come nelle immagini delle pubblicità- E non basta. La Sindone, se solo vogliamo guardarla in profondità, ci obbliga anche a vergognarci di altro. L'uomo che rappresenta è veramente “l'Uomo dei dolori, che ben conosce il patire.” Infatti, oltre ai segni della feroce mattanza che si è consumata su di lui, quella immagine ci rimanda ai racconti dei vangeli e ci lascia intuire le sofferenze psichiche, non meno atroci, che la Passione comportò al nostro Dio. La solitudine assoluta. Il tradimento,l'abbandono, l 'emarginazione, Il rinnegamento, la fuga dei suoi, la vista della madre straziata Il silenzio di Dio. L'immagine di Torino, a lasciarla parlare, non ci da scampo. Ci impone di scendere uno dopo l'altro i gradini del dolore per cercare di afferrare bene cosa fu, in realtà, quel patire, quell'essere crocefisso, quel morire. Se, per disgrazia, noi ci poniamo davanti a questa immagine distratti e superficiali come sempre, come davanti a una delle tante opere d'arte, o a una delle tante reliquie o vestigia che ci capita di visitare, vergogniamoci profondamente. Questa immagine non è per noi.
In effetti, noi, ben vestiti, ben pasciuti, ben istruiti, ben garantiti, con le nostre sicurezze e le nostre sicumere, qui davanti possiamo avere una unica certezza. Quella di non essere affatto vicini al Dio di Gesù Cristo che la Sindone ci rappresenta. Sono vicini a lui, al contrario, tutti coloro che sono nel dolore. Nell'abbandono. Nella solitudine. Nella angoscia. Tutti, gli emarginati, i reietti, i rifiutati. Tutti i crocifissi alle proprie dipendenze, alle proprie inabilità, alle proprie malattie. Tutti i morenti senza speranza. Tutti i morti. E tutti coloro che li assistono e li piangono. A ben vedere,dunque, la Sindone andrebbe a maggior titolo esposta non in una chiesa, ma in altri luoghi. In ospedale. In carcere. Nelle comunità di accoglienza. Negli obitori. Nei campi profughi. Nelle tendopoli degli sfollati Nei tanti luoghi di martirio. E' li, infatti, che si incontra certamente il Dio di Gesù Cristo.
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