Davanti alla Sacra Sindone (quarta ed ultima parte)
Articolo di Lilly pubblicato il 10/5/2010 (93 Letture)
Risurrezione
Torniamo al nostro “Credo". “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì, fu sepolto...e il terzo giorno resuscitò da morte. Se, per ventura, la Sindone di Torino fosse autentica, avremmo in essa l'unico testimone, seppure muto,di quello che avvenne nel sepolcro di Giuseppe di Arimatea all'alba della prima domenica della storia. Se fosse un falso medievale, rimanderebbe comunque a una vera Sindone, dispersa, che lo fu realmente.
Sappiamo infatti dal Vangelo, che Pietro e Giovanni, accorsi precipitosamente alla tomba,al primo annuncio della Resurrezione portato loro da Maria Maddalena, la trovarono vuota e videro solo il sudario e le bende. E proprio davanti a questa visione, e verosimilmente davanti a una straordinaria posizione conservata dal lenzuolo non disfatto, ma come svuotato dall'interno, ancora con la forma del cadavere contenuto, Giovanni “vide e credette". Il corpo martoriato, privo di vita, preparato per la sepoltura, non c'è più.
E' resuscitato. Lo crediamo veramente? Noi, lo crediamo per davvero? Perché se non crediamo questo, tutto è inutile. Crediamo veramente che quel corpo senza vita, unico nella storia, non sia più sepolto ma da allora, sia vivo e misteriosamente presente in mezzo a noi? Questo è il punto centrale, il fondamento stesso della nostra fede. Il fatto inaudito, inatteso, incredibile che si realizza sotto gli occhi degli apostoli e li obbliga a credere, a capire, a testimoniare. Prima che una dottrina o degli insegnamenti, da quel momento i cristiani predicheranno soprattutto questo: Gesù di Nazareth,è stato condannato, è stato crocifisso, è morto, e, dopo tre giorni, è risuscitato. Questo annuncio,che risuona un'unica volta in tutto il corso della storia umana, vìola ogni legge della natura e della ragione.
Eppure si ha l'impressione che noi, abituati fin dalla nascita a sentirlo e a ripeterlo, lo diamo ormai per scontato e lo banalizziamo. Così facendo non ne comprendiamo più la natura, la portata. Resta una enunciazione astratta e lontanissima, che non incide minimamente sulla nostra vita. Guardiamo la clamorosa differenza tra gli apostoli e noi.
Nel loro caso c'è un autentico trauma emotivo, che è quello che li trasforma per sempre in testimoni instancabili, fino al martirio di sangue. Nel caso nostro, (quello di comodi, pigrissimi e svogliati cristiani di duemila anni dopo ),la notizia della resurrezione di Cristo ci scivola addosso senza conseguenza alcuna. Eppure, questa è “la notizia " Se non ci fosse stata quella pietra rotolata e quell'accadimento misterioso, Gesù di Nazareth sarebbe un nome come tanti nella storia. Non il Dio incarnato. Non il Dio della nostra fede. Fede che, appunto, non avrebbe essa stessa ragione di essere. Interroghiamoci bene, quindi, se non vogliamo continuare ad essere i soliti bamboccioni smidollati e abitudinari. La Sindone ci pone, infatti, l'ultima e definitiva delle sue domande. Tu credi che l'uomo crocifisso che fu deposto qui (o in un lenzuolo come questo ) morto e che fu posto in un sepolcro, dopo tre giorni ritornò in vita? Prima di risponder, pensa bene a come questo evento sia incredibile.
Pensa a come reagiresti se ti venissero a dire che un tuo caro, il tuo amato, chiunque, morto da tre giorni e chiuso in una bara, l'ha spalancata ed è sparito, per poi comparire qua e là, indubbiamente vivo e con i segni della sua sofferenza vissuta ben presenti addosso. Per quanto l'abitudine ci abbia resi torpidi e insensibili, non c'è modo di addomesticare questa notizia. La ragione, giustamente, si ribella. E' logico, e giusto, e sano,che sia così. Non per niente atei, agnostici e dubbiosi di tutti i tempi su questo punto ci hanno deriso e sbeffeggiato... Razionalmente, hanno ragione loro, questo deve essere ben chiaro. Razionalmente, l'evento che noi da duemila anni proclamiamo come avvenuto, è inconcepibile. E' impossibile. Qui la mente si arrende, il ragionamento cede, l'intelligenza deve fermarsi. Qui irrompe la fede. La fede vera. E' il momento della scommessa. Del salto nel buio. Del chiudere gli occhi, e lanciarsi in braccio a Dio. E' essenziale che noi comprendiamo bene la drammaticità e l'importanza della questione. Questione ultima, irrinunciabile, non eludibile. Non vogliamo porcela? Preferiamo ricorrere alla comoda risposta già precotta che ci arriva dalla tradizione, dall'educazione ricevuta? Ebbene: in tal caso, noi non siamo, né mai saremo, dei cristiani. Potremo parlare fino allo sfinimento di valori e di principi, e per questi fare anche le barricate. Potremo aiutare il prossimo e chi è nel bisogno in modo superlativo. Potremo inanellare una sfilza quotidiana di Messe, celebrazioni e preghiere di ogni tipo. Ma noi non saremo mai cristiani. Se invece accettiamo la sfida, che anche la Sindone ci ripropone, acconsentiamo a confrontarci con quell'annuncio straordinario e mai udito, né prima ne poi. Il Signore non è più qui!
E' risorto ! Buttiamo a mare abitudine e tradizione, e recuperiamo la freschezza e la forza della nostra intelligenza, e obblighiamola a vagliare questa notizia. Si ribellerà, come è giusto e naturale. Chiederà prove, dati, raffronti. Si identificherà con lo sfogo di Tommaso
“Se io non vedo i suoi piedi e le sue mani trafitte, no! Se non metto la mia mano nella piaga aperta nel suo costato, io non crederò!" E'il meno che ci possiamo attendere.
Solo che, a noi, non è concessa l'esperienza fulminante di Tommaso, Il poter vedere e toccare di persona e credere l'incredibile. A noi è richiesto, e fino in fondo, il salto nella fede. Dobbiamo pensare fin che si può, valutare tutto il valutabile, vagliare fin dove ci possiamo spingere. Poi, la terra ci mancherà da sotto i piedi. A quel punto, potremo anche fermarci. E con onestà, sincerità e franchezza, dirci: no, non ce la faccio. No, io non ci credo. Oppure, tutto considerato, valutato, vagliato, chiudere gli occhi, e saltare.
Si, io ci credo. A conforto di quanti si lanciano in questa scommessa mozzafiato, vengono in aiuto due affermazioni. Una è di Blaise Pascal, il quale diceva che l'ultimo passo della ragione è quello di riconoscere che c'è una infinità di cose che la superano.
L'altra è il benvenuto che ci viene rivolto, quando arriviamo nei territori ignoti della fede vera. E' il Signore stesso che ce lo rivolge da duemila anni, consegnandolo proprio all'incredulo Tommaso. “Perché hai visto e toccato, tu hai creduto, Tommaso.
Beati quelli che crederanno senza vedere e senza toccare." Se avremo fatto tutto questo percorso, saremo dei credenti veri E non dei creduloni ingenui. Tuttavia, questo non sarà affatto un arrivo , ma una partenza. Non la fine, ma l'inizio di tutto. Perché nel momento in cui noi crediamo realmente nella Risurrezione di Cristo, allora il nostro modo di vedere le cose e di vivere non può più essere quello di prima. Cambia il centro, cambia la prospettiva, cambiano gli scenari. Cambia tutto. Se quell'uomo che noi chiamiamo Maestro e Signore, che è stato crocifisso, che è morto ' è davvero risorto, allora, e solo allora, egli e' Dio. E noi non possiamo far finta di niente e vivere come prima. Le sue parole non sono precetti di un filosofo o utopie di un sognatore. Sono la Parola di Dio, che è venuto a rivelarci la verità, a liberarci dal male, a sconfiggere la morte, e una volta per tutte.
Se l'uomo di cui ci parla la Sindone è risorto, e solo in quel caso, anche noi possiamo ridere con San Paolo e urlare “Dov'è,o morte, la tua vittoria? Dov'è il tuo pungiglione?"
Se l'Uomo della Sindone è risorto, questa nostra vita non finisce e non finirà mai, e ci porterà ad incontrarlo faccia a faccia. Come gli apostoli, allora, anche noi sentiremo il bisogno, la voglia e la necessità di essere testimoni di questa incredibile verità.
E la racconteremo con la nostra stessa vita, che resterà la stessa di prima, ma sarà vissuta in modo completamente nuovo e rivoluzionato. Ci accorgeremo allora che essere cristiani non è questione di pratica religiosa. E', invece, questione di vita e di morte. Di come, cioè, si vive, e di come ci si pone di fronte alla morte. Ci accorgeremo che quello che noi chiamiamo Signore è vivo e presente. Qui e oggi: per davvero, Lo scopriremo venire e agire, in mille diverse maniere, tutte ordinarie, nelle nostre singole storie personali.
Si ripeterà per ciascuno di noi l'avventura che hanno vissuto i suoi discepoli in ogni tempo.
Il Signore viene nelle nostre vite, posa gli occhi su di noi, e ci chiama. Attenzione, però.
Il Signore non chiama “per nulla". Chiama perché ha bisogno di noi. Ci chiama a dividere con lui la sua vicenda stessa, che ci attende e si ripete, sempre uguale ma sempre diversa, in tutti coloro che lo seguono. Quando noi “sentiamo”il Signore, quando ne avvertiamo la presenza nella nostra storia, ne siamo talmente conquistati che vorremmo abbandonarci così. “Com'è bello Signore, stare insieme” vorremmo dirgli E, fosse per noi, ci fermeremmo lì, come Pietro sul monte della trasfigurazione “Signore, si sta così bene qui. Prepariamo le tende, e restiamo qua ". Ci sbagliamo di brutto.
Il Signore ci riscuote, ci fa scendere dalle vette e ci ributta a valle, nella realtà di ogni giorno. E' lì che ha bisogno di noi. Tra mille difficoltà e resistenze nostre, ci modella piano piano e ci fa simili a lui. In un modo silenzioso e senza clamori esplode nella nostra vita e in noi. Pur lasciandoci noi stessi, e lasciandoci dove stiamo. Ci porta, spesso, per strade ignote, verso mete sconosciute, squassando le nostre certezze e buttando all'aria i nostri pomposi progetti. Ci mette continuamente in crisi, per farci continuamente andare alla ricerca di lui. Poco a poco ci tira fuori da noi stessi e ci spinge sempre un po' di più verso gli altri. Non ci lascia mai in pace, non ci fa mai stare fermi. Chi segue Cristo, è in continuo movimento. Tutto questo non avviene in modo piano e senza traumi. Accettare la Resurrezione dell'uomo della Sindone mette in moto una valanga che non sappiamo dove ci porti. E questo, inutile negarlo, spesso ci spaventa. In fondo, per noi, è cosi rassicurante il “mondo piccolo”che ci siamo costruiti a nostra misura. Lì, ogni cosa ha il suo giusto posto, visto che glielo abbiamo assegnato noi La famiglia, il lavoro, gli amici,gli affetti, i progetti,le ambizioni, i valori, i principi, la religione, la chiesa, Dio. Tutto intorno a noi, ben piazzati al centro.
Tutto comodamente a portata di mano, se e quando decidiamo di utilizzarlo. In caso contrario, tutto resta lì, in buon ordine a far bella mostra di sé sugli scaffali della nostra vita. In realtà scopriamo presto che questa condizione, che ci sembra così piena di sicurezze, è una bella gabbia, e nemmeno tanto dorata. Ci accorgiamo, in certi momenti, che ci tiene chiusi. E iniziamo a sentirci prigionieri. Le ansie, le frustrazioni,le insoddisfazioni iniziano a tormentarci. Come difesa, poi, non vale niente. Alla prima tempesta seria che incontriamo sulla nostra strada, una folata un po' più forte si porta via la gabbia intera, con noi dentro. E ci sballotta per ogni dove, buttando ogni cosa all'aria.
E noi sempre lì dentro, chiusi, a cercare affannosamente di rimettere insieme i pezzi.
Il Signore che piomba nella nostra vita viene a spalancare le nostre gabbie. Getta via tutto.
Tutto quello che ci abbiamo accumulato. E ci sbatte fuori. All'aria aperta. Liberi.
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